Grazie all’asse tra Partito popolare europeo (PPE), Conservatori e Riformisti (ECR) e Patrioti per l’Europa (PfE), la commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo ha adottato lunedì gli emendamenti di compromesso al regolamento rimpatri proposti dal popolare francese François-Xavier Bellamy. Bocciati invece gli emendamenti di compromesso del relatore di Renew Europe, Malik Azmani, sostenuti anche dai Socialisti. Con 41 voti favorevoli, 32 contrari e un’astensione, gli eurodeputati della commissione LIBE hanno così approvato la loro posizione sulla proposta della Commissione europea, presentata nel marzo 2025, per rivedere le procedure di rimpatrio dell’Unione.

Il testo prevede che le autorità nazionali competenti debbano emettere una decisione di rimpatrio nei confronti di ogni cittadino di Paese terzo che soggiorni illegalmente in uno Stato membro, imponendogli l’obbligo di lasciare il territorio dell’Ue interessato. Le decisioni sarebbero incluse in un cosiddetto “ordine di rimpatrio europeo” e rese disponibili in tutta l’area Schengen tramite il Sistema d’informazione Schengen. In base alla proposta, entro il 1° luglio 2027 tutti i Paesi dell’Unione dovranno riconoscere ed eseguire le decisioni di rimpatrio e gli ordini di allontanamento emessi da un altro Stato membro, mentre la responsabilità di garantire il rimpatrio resterebbe in capo al Paese nel cui territorio il cittadino di un Paese terzo soggiorna illegalmente.

Nel testo approvato, gli eurodeputati precisano che il regolamento deve rispettare le funzioni essenziali della responsabilità nazionale, tra cui la garanzia dell’integrità territoriale, il mantenimento dell’ordine pubblico e la salvaguardia della sicurezza nazionale. È stata invece eliminata una disposizione della proposta originaria che avrebbe imposto ai governi degli Stati membri di adottare misure per individuare i cittadini extracomunitari che soggiornano illegalmente nel loro territorio.

Cosa prevedono gli emendamenti

Secondo gli emendamenti approvati in commissione, i cittadini di Paesi terzi destinatari di una decisione di rimpatrio sarebbero tenuti a collaborare con le autorità e potrebbe essere loro offerta la possibilità di un rimpatrio volontario. Per preparare un rimpatrio effettivo e rapido, le persone interessate potrebbero essere trattenute, ad esempio in caso di mancata collaborazione, rischio di fuga, rischio per la sicurezza o altri fattori ritenuti ostativi a un rimpatrio tempestivo. I motivi della detenzione sarebbero stabiliti dal diritto nazionale e il trattenimento disposto dalle autorità amministrative o giudiziarie. La misura potrebbe essere applicata, come extrema ratio e per il periodo più breve possibile, anche a minori non accompagnati e a famiglie con figli, tenendo conto dell’interesse superiore del minore. Il periodo di trattenimento potrebbe arrivare fino a 24 mesi. Gli Stati membri potrebbero inoltre prevedere alternative alla detenzione, tra cui l’obbligo di presentarsi periodicamente alle autorità, il soggiorno in un luogo designato, una garanzia finanziaria o il monitoraggio elettronico.

La scelta del Paese di rimpatrio varierebbe in base alla situazione della persona interessata, tenendo conto del Paese di origine, del Paese di transito verso l’Unione e dell’esistenza di un Paese terzo sicuro. Il regolamento consentirebbe anche il rimpatrio verso un Paese che accetti di accogliere la persona sulla base di un accordo concluso con uno Stato membro o con l’Ue. I minori non accompagnati, tuttavia, non potrebbero essere trasferiti sulla base di tali accordi. Se una persona non ottemperasse alla decisione di rimpatrio entro il termine previsto per il ritorno volontario, oppure fosse soggetta a espulsione o ancora rappresentasse un rischio per la sicurezza, dovrebbe esserle imposto un divieto di ingresso nell’Unione. La durata del divieto dipenderebbe dalle circostanze individuali del caso e potrebbe diventare permanente nei casi considerati più gravi sotto il profilo della sicurezza. Il testo approvato sostiene inoltre il monitoraggio indipendente del rispetto dei diritti fondamentali durante le operazioni di allontanamento, anche attraverso i meccanismi esistenti. Ora, la decisione di avviare i negoziati interistituzionali dovrà essere approvata dalla plenaria del Parlamento europeo prima dell’apertura del confronto con il Consiglio sul testo finale.

Il PPE e le destre difendono la scelta di porre un freno all’immigrazione irregolare

A difendere l’esito del voto è stato il presidente del Partito popolare europeo, Manfred Weber, secondo cui “l’immigrazione illegale deve ricevere una risposta e deve essere fermata” e il voto in commissione LIBE rappresenta “un passo importante in questa direzione”. Tra gli elementi centrali della riforma, Weber ha citato “l’applicazione effettiva delle decisioni di rimpatrio”, l’estensione dei divieti d’ingresso quando necessario, il sostegno ai “centri di rimpatrio” e la fine dell’effetto sospensivo automatico delle decisioni di rimpatrio. Il capogruppo popolare ha anche rivendicato la rottura consumatasi con Socialisti e Renew nel negoziato: “I socialisti ieri, dopo i negoziati, hanno ritirato la loro partecipazione” e per questo “anche il PPE ha presentato una proposta di compromesso basata sulla proposta della Commissione”. Secondo Weber, c’è anche “una certa urgenza”, dal momento che la proposta dell’esecutivo Ue è sul tavolo da circa un anno e il Consiglio ha già concordato il proprio mandato da tre mesi. L’obiettivo dei popolari, ha aggiunto, è “iniziare immediatamente il trilogo”.

Sulla stessa linea Bellamy, relatore ombra per il PPE, che ha respinto le accuse di compressione delle garanzie: “Applicare le decisioni di rimpatrio non lede i diritti fondamentali né lo Stato di diritto. È l’attuazione dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali”. Per l’eurodeputato francese, “se vogliamo difendere il principio fondamentale dell’asilo, dobbiamo assicurarci che coloro a cui l’asilo è stato negato lascino effettivamente i nostri Paesi”. Bellamy ha poi giustificato la scelta del PPE di cercare una maggioranza con i gruppi alla destra dell’emiciclo sostenendo che, se Socialisti e Renew non intendono sostenere “una politica migratoria solida”, allora i popolari andranno avanti comunque, perché “dobbiamo smettere di essere passivi di fronte a questa sfida decisiva che la migrazione irregolare pone all’intero sistema migratorio europeo”. In un messaggio diffuso sui social, Bellamy ha definito il voto “un altro passo importante nella lotta all’immigrazione clandestina” e ha insistito sul fatto che “le persone che non hanno il diritto di soggiornare in Europa devono andarsene”. A suo giudizio, la revisione della direttiva del 2008, “che non ha funzionato”, segna “una vera svolta”.

Per i partiti progressisti indeboliti i diritti dei migranti

Di segno opposto le reazioni delle forze progressiste, che accusano PPE e destre di aver impresso una svolta restrittiva e di aver indebolito le tutele per i migranti. Per Alessandro Zan, eurodeputato del Partito democratico, dopo il voto sui Paesi terzi sicuri “le destre con l’appoggio del PPE danno un’ulteriore spallata al diritto di asilo e aprono la strada a deportazioni indiscriminate e a un modello repressivo”. Secondo Zan, il testo approvato è “disumano” e il PPE ha “tradito il patto di maggioranza” presentando un testo alternativo “insieme all’estrema destra”. Nel mirino soprattutto la possibilità di trasferire i migranti in “return hubs” situati in Paesi terzi anche in assenza di un legame con quei Paesi, “senza garanzie concrete sul rispetto dei loro diritti e con il rischio di detenzioni prolungate”. Una scelta che, per l’esponente dem, configura “una violazione netta del diritto internazionale e della Carta dei diritti fondamentali”.

Duro anche il giudizio di Leoluca Orlando, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha denunciato il rischio di trattare “disperati che fuggono dalle guerre e da violenze di ogni genere come se fossero merce tossica”. Per Orlando si tratta di “una scelta di disumanità” e di “un insulto ai valori fondativi dell’Unione europea”, frutto di quella che definisce “l’alleanza perversa tra popolari ed estrema destra”. I Verdi in commissione LIBE hanno formalizzato la loro opposizione con una nota di minoranza, contestando l’assenza di adeguate garanzie per il rispetto dei diritti dei migranti detenuti.

Critiche sono arrivate anche dalla società civile. Open Arms ha affermato di guardare “con grande preoccupazione” alla proposta di regolamento, ritenendo che nella sua formulazione attuale il testo rischi di “ridurre significativamente le garanzie previste dal diritto europeo e internazionale a tutela dei diritti fondamentali”. A destare maggiore allarme, secondo l’organizzazione, sono l’estensione della nozione di “Paesi di ritorno” anche a Stati con cui la persona non ha alcun legame e la creazione dei cosiddetti “return hubs”, che potrebbero favorire “nuove forme di esternalizzazione delle procedure di espulsione” e limitare l’accesso a tutele giuridiche effettive. L’Ong segnala inoltre l’allargamento dei presupposti per la detenzione amministrativa, che potrebbe essere applicata anche sulla base di criteri generici come il presunto “rischio di fuga”, e giudica ancora più grave la possibilità che tale misura possa coinvolgere anche minori. Per Open Arms, qualsiasi intervento normativo dell’Unione in materia di rimpatri dovrebbe restare “pienamente coerente con i principi dello Stato di diritto, con la tutela della dignità umana e con il rispetto dei diritti fondamentali di tutte le persone”.

[a cura di Simone Cantarini]

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